Perché le parole sono importanti e perché l’uomo si agita sul palcoscenico del mondo

Febbraio 2019. Wolfgang Goethe ritorna a casa dopo un lungo viaggio e decide di prendersi un momento per sé. Aveva  nostalgia, ma non trova parole a sufficienza per descrivere la nostalgia; di cosa poi? Come si traduce nostalgia in tedesco? Fernweh, ma è difficile trovarne il significato profondo. Ecco, allora, l’importanza delle traduzioni.

Noam Chomsky sosteneva che tutto è traduzione. In realtà non siamo capaci di tradurre le cose semplici. Lo sostenevano già Goethe e Dante. Come si traduce la nostalgia per la lontananza, per l’infinito? Da questa constatazione scaturisce che abbiamo bisogno di tradurre bene le nostre idee.

Ormai molti inglesismi e francesismi sono penetrati nel nostro vocabolario. Alcuni esempi: prêt-á-porter, developer, marketing. Perché?

Perché siamo pigri, coniamo dei termini tutti nostri: footing, slip, autogrill, termini che nella lingua originaria non esistono, come non esistono nemmeno beauty case, sexy shop - è un po' la nostra vendetta per le traduzioni malfatte dell’italiano da altre lingue, come salami e macaroni?

E mentre gli italiani creativi si perdono i pezzi,  gli americani, invece, lavorano su latino e greco in profondità. Perché succede?

Perché non studiamo a sufficienza, perché maltrattiamo la nostra lingua, facendola diventare una lingua per bene anche quando è volgare. Scriviamo in “traduttorese” per arrivare a una lingua calcata, spersonalizzata.

Tutto questo, ahimè, nasce dalla scuola che odia la diversità, la curiosità, ti riporta sempre nella media, mai negli apici; la scuola non vuole che l’immaginazione superi l’astrazione, ma l’immaginazione deve essere curiosa, spendibile.

Se non trasmettiamo questo ai bambini facendoli crescere dentro alla creatività, la scuola continuerà a farci vergognare della creatività.

Nelle varie riforme della scuola hanno abolito, la prova di storia negli scritti della maturità: tutto questo è una sottrazione di radici. E quindi gli americani possono venire da noi a insegnarci il latino.

Percepisco aria nuova, fresca, soltanto da un prete americano, Reginald Foster, che nella sua scuola insegna il latino in latino, l’inglese in inglese.

In Italia non si producono più delfini: i grandi allievi dei professori, proprio perché ci siamo dimenticati di favorire la creatività. I mestieri creativi sono osteggiati.

La creatività si può misurare: è la capacità di produrre metafore. Come si riconosce il talento? Con la capacità di costruire metafore, di adottare lo spaesamento nei contenuti, nel content (che non si può tradurre). Dal 1989 a scuola non è più obbligatoria la scrittura a mano: da qui nasce l’ignoranza, la volgarità. Invece basta una pennellata e siamo nella metafora.

“L’uomo si agita sul palcoscenico del mondo”, William Shakespeare. Come si vede la lingua è un organismo vivo. Pensiamo alla poesia scaldica verso il 1200. Sturluson scrive nella lingua di tutti i giorni e per noi sono metafore: “Albero di nocciola dell’antico anello” per indicare le braccia, “ll castello del corpo” per indicare la testa, “Lo scudo dei pirati” per indicare la luna, la balena è “Il maiale delle onde”. Dopo 800 anni il linguaggio è ancora spaesamento con le metafore. Cos’è il “filo rosso”? Perché rosso e non verde? Qualcuno l’ha creato, certo, unendo aspetti diversi fra loro: è stato sempre Goethe in “Le affinità elettive”.

Dobbiamo tornare alla creatività lavorando sul nucleo delle parole.

Dobbiamo emanare energia.

Sbagliare non è disumano, non bisogna vergognarsi della filiera dell’errore, che va accettata e capita.

Ricordiamoci che in “Alice nel paese delle meraviglie”, Alice parlando con il gatto dice: “Mi basta arrivare da qualche parte”. E il gatto gli risponde: “Arriverai se cammini abbastanza”.

Speech del 1 gennaio 2019 di Leonardo G. Luccone, traduttore e curatore, fra gli altri, di Cheever e Fitzgerald; direttore di Oblique, studio editoriale e agenzia letteraria. Il suo ultimo libro “Questione di virgole” e in libreria per Laterza.

Fonte: The Game, giornata di studio organizzata per i clienti e i collaboratori da No Panic Agency, agenzia creativa torinese.

Luigi Rubinelli

Giornalista e esperto di retail e di consumi, laureato in Lettere. È il direttore responsabile di RetailWatch.it. E’ stato fino a maggio del 2011 Direttore responsabile del mensile Mark-up che ha contribuito a fondare nel 1994. È ...

3 commenti
  1. Grazie Direttore
    che dire un magnifico pezzo che deve stimolare riflessione; trovo nella frase che riporto di seguito l’occasione per sottolineare come la diversità debba essere il motore per accrescere la curiosità e la crescita. La diversità quindi come valore, come opportunità come emancipazione personale ed intellettuale.
    “Tutto questo, ahimè, nasce dalla scuola che odia la diversità, la curiosità, ti riporta sempre nella media, mai negli apici; la scuola non vuole che l’immaginazione superi l’astrazione, ma l’immaginazione deve essere curiosa, spendibile.”
    Citando Coelho , nel Cammino di Santiago:
    “Si scorge sempre il cammino migliore da seguire, ma si sceglie di percorrere solo quello a cui si è abituati” aggiungerei non assumendosi la responsabilità e il rischio di uscire dalla media per cercare la propria luce.

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