C’è un senso sociale e omnicanale e tecnologico e logistico del retail e della GDO?

Maggio 2020. Difficile pensare durante il #coronavirus, non è vero? Si, è così. Abbiamo raccolto

in questo articolo alcune suggestioni, alcune idee sviluppate dopo la lettura di articoli, saggi e previsioni sull’evoluzione del consumo e del retail.

Eccole.

  1. La valorizzazione del retail come agente sociale. Durante il #coronavirus il retail sia fisico sia on line (quest’ultimo con alcune limitazioni dovute all’eccesso di domanda) ha dato prova piena di saper affrontare una crisi profonda e improvvisa. Tutti i supermercati e i negozi della GDO, nonostante un’ampia domanda hanno continuato a rifornire gli scaffali con uno sforzo enorme. Le limitazioni ad uscire dal comune di residenza a fare la spesa, da un canto hanno portato a scegliere forzatamente insegne non abituali, dall’altro hanno dato alle persone di vedere lo sforzo della GDO per affrontare la pandemia. Credo che questi comportamenti abbiano agevolato, come quelli del punto qui sotto, un sentimento di vicinanza e di solidarietà da far vivere nel tempo e da valorizzare appieno. Il valore civico espresso e recepito deve servire da lezione a tutto il retail, fisico e non. Si pensi alle code privilegiate per gli anziani e il personale medico, ma è solo un esempio. Se fossi un retailer e avessi negozi in condizioni di accoglierli favorirei gli ingressi nelle superifici di vendita degli studi medici, perché la sanità e il benessere delle persone sono un trend che incrocia quello del valore sociale e civico.
  2. La valorizzazione di tutto il personale dei punti di vendita fisici, le cassiere in primis (#vivalecassiere), i riordinatori, gli addetti alla logistica, fin alle persone di accoglienza e sorveglianza.
  3. L’omnicanalità è ormai un modo pensare e di agire nel fare la spesa. Nonostante il protrarsi dei tempi di consegna, obbligatori in queste circostanze, il sistema omnicanale del retail è un fatto compiuto. La tecnologia ha aiutato e sta aiutando questa logica, ad esempio con le APP taglia code, sia nel fisico sia nell’on line. Se ci fosse stata una intesa con il settore bancario il #coronavirus sarebbe potuto diventare un momento di cambiamento pieno nei sistemi di pagamento, fisici e on line, abolendo il contante, agevolando i pagamenti con lo smart phone, ma anche il self scanning e il self check out.
  4. La logistica ha fatto il suo dovere, magari in affanno ma ha retto bene. Mancano i dark store per velocizzare la spesa click&collect e quella della consegna a domicilio, ma non si possono costruire da un momento all’altro. Forse la riconversione di parte delle superfici degli ipermercati poteva risolvere questa domanda di omnicanalità, ma prendere decisioni veloci in circostanza #coronavirus non è uno scherzo. Potrebbe essere uno dei sentieri di sviluppo prossimi venturi.
  5. La tecnologia e il suo nuovo ruolo. Che la tecnologia agevoli le persone è un fatto e i consumatori hanno provato a cuore aperto un sistema futuro. Anche questi comportamenti, inizialmente obbligati, andrebbero senz’altro valorizzati e comunicati in modo più semplice che in passato.
  6. Il ritorno obbligato ai prodotti e agli acquisti basics hanno insegnato a tutto il retail che l’assortimento ampio e profondo e la scala prezzi hanno un valore non solo con il #coronavirus, ma anche dopo. Abbiamo già scritto, leggi qui, di un ritorno al consumo a scapito del consumismo, al comprare con una pressione promozionale ridotta. Bisognerebbe che tutto il retail ragionasse su quanto successo, facendo tesoro delle scelte del consumatore. I nuovi livelli di disoccupazione, la riduzione del reddito individuale e famigliare impongono una revisione delle scale prezzi non tanto per affrontare il confronto con il discount quanto per offrire più scelte di acquisto alle persone.
  7. La comunicazione: è stata un po' il punto debole di tutto il sistema del retail: basti pensare ai buonipasto-buonispesa o alle mascherine anti #coronavirus. Da una parte c’è il problema delle individualità versus il fare sistema, dall’altra c’è una mancanza di cultura di comunicazione storica, a 360°. Non basta fare spot o comprare pagine di giornale per comunicare: bisogna avere una strategia e una vision di lungo periodo e metterla in pratica sia in modo corporate sia operativo.
  8. Il #coronavirus ha messo in un angolo la #sostenibilità e la #csr e il problema ambientale, che c’è, è immanente. Non se ne parla più né come continuità, né come problema. Beh, riprendetelo velocemente in mano, non tanto perché le ricerche dicono che il consumatore aderisce di più a questi temi, ma perché sarà una delle prossime tre emergenze.

Le tre nuove emergenze:

. calo del reddito e disoccupazione,

. sanità e benessere individuali e collettivi,

. ambiente e sostenibilità.

Luigi Rubinelli

Giornalista e esperto di retail e di consumi, laureato in Lettere. È il direttore responsabile di RetailWatch.it. E’ stato fino a maggio del 2011 Direttore responsabile del mensile Mark-up che ha contribuito a fondare nel 1994. È ...

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