Il #coronavirus insegna a distinguere il consumo dal consumismo. E i non sense commerciali

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Maggio 2020. Il pianeta non ce la fa più, l’autogenerazione delle risorse non copre più il fabbisogno da diversi anni.

Nell’alimentare il ruolo delle filiere è diventato primario, ma la fragilità assunta dal sistema durante il #coronavirus impone alcune domande.

RetailWatch in un suo editoriale (leggi qui) mette al centro del dibattito nella business community il tema della salute a 360°: dell’ambiente, delle filiere, dei prodotti, dei negozi. Quindi una salute verticale con tanti attori che devono convergere su questo tema.

I prodotti soprattutto avranno una forza maggiore che negli anni passati perché al di là della comunicazione devono essere garantiti e la garanzia deve essere tracciata, cioè ben visibile e consultabile da chiunque in ogni momento. Al bando gli acronimi, le sigle senza contenuto, le autorizzazioni richieste. La garanzia deve essere totale e concatenata nella filiera a chi sta sopra e a chi sta sotto. I prodotti locali e i brand locali avranno una importanza maggiore vista la loro vicinanza in tutti i sensi alle persone e quindi avranno maggiori responsabilità verso la salute e l’ambiente.

Il #coronavirus prima o poi terminerà e il vaccino oppositivo farà il suo corso.

Ma il #coronavirus ci dice che altre malattie potrebbero arrivare, con altre modalità, con altri nomi, con altre disfunzioni, con una potenza maggiore.

La produzione e la distribuzione dei beni alimentari (ma un po' di tutti i prodotti e servizi) sono state intaccata da questi fenomeni per un lungo lasso di tempo.

Questo ci insegna, dovrebbe insegnare alla business community, che dobbiamo costruire un altro modello di produzione e di distribuzione e di consumo basato sulla limitatezza dei beni, dei prodotti a base di salute a 360°. Non sarà più necessario bombardare il mercato con centinaia di prodotti, sia dell’industria di marca sia delle MDD, le marche del distributore, che sono oggetto di de-listing nel volgere di qualche mese, con uno spreco di risorse materiali ed economiche rilevanti. Sarà necessario produrre di meno, in modo ragionato, senza riempire gli scaffali di prodotti che si sa già destinati all’invenduto.

Dobbiamo passare da una società e una serie di filiere basate sull’accumulazione illimitata, basata sul continuo aumento della produzione e dei consumi a una filiera del ragionamento e della previsione e della razionalità preventiva.

L’Everydaylowprice potrebbe essere una strada a produzioni e consumi con sprechi ridotti. È inutile continuare a produrre e consumare di più a suon di promozioni se poi gli scarti di produzione, quelli di distribuzione e quelli del consumo raggiungono un terzo dell’intera produzione. E per far fronte a questo spreco bisogna inventarsi raccolte alimentari di vario tipo per dare da mangiare a chi non ce l’ha o non può permetterselo appieno. È un modello con senso o un non sense? Per sentirsi meglio e scaricare la coscienza verso gli ultimi e chi non ce la fa? Sono queste le famose charity del prima e durante #coronavirus? Nel vale la pena?

È inutile aspettare un altro #coronavirus che rallenti o addirittura fermi la crescita imposta dall’attuale modello produzione-distribuzione-consumo. Il pianeta, la terra, le coltivazioni, le materie prime hanno bisogno di un rallentamento ragionato della produzione e della distribuzione e del consumo. Non si tratta di scegliere fra consumismo e consumo, questo dibattito fa parte del prima #coronavirus.

Oggi sarebbe più corretto vedere un antagonismo fra:

. un modello ragionato produzione-distribuzione-consumo,

. e una società basata sugli sprechi e sui rifiuti, con l’impossibilità, molte volte di non essere in grado di rigenerare valore.

Oggi bisogna per forza pensare a un nuovo modello, basato sulle possibilità: del pianeta, della terra e di chi la coltiva, della produzione e della distribuzione dei prodotti per arrivare al consumo.

E poi c’è la tecnologia, le vendite on line, il click&collect e i drive che non ci sono, che non hanno funzionato o funzionato parzialmente durante il #coronavirus. In questi mesi la domanda di nuovi servizi, di nuovi modi di acquistare ha superato l’offerta e questo deve far pensare a una nuova forma di commercio omnicanale nel quale ci sia spazio per gli acquisti diretti nel supermercato ma anche per le consegne a domicilio con annessi e connessi.

La stessa pubblicità dei prodotti, dei brand dell’industria o della distribuzione, deve rivedere i modelli di comunicazione: inutile puntare tutto sui desideri e sul possesso dei prodotti e dei servizi, quando la soddisfazione di quel desiderio dura sempre di meno e produce sfruttamenti della terra, delle persone, delle materie prime, e dei consumi, fine a sé stessa.

Questa è la lezione che noi di RetailWatch abbiamo capito fino a questo momento.

Luigi Rubinelli

Giornalista e esperto di retail e di consumi, laureato in Lettere. È il direttore responsabile di RetailWatch.it. E’ stato fino a maggio del 2011 Direttore responsabile del mensile Mark-up che ha contribuito a fondare nel 1994. È ...

2 commenti
  1. l’articolo è interessante, e direi molto condivisibile. Ma -se posso- non c’è un errore, proprio di grammatica, nel titolo?

  2. Proposizioni condivisibili ma lecito dubitare vengano recepite/praticate data la carenza di ‘comprendonio’ che c’è in giro. Personalmente continuerò a tentare di seguire quanto disse Calvino: pesrae il menompossibile sul pianeta, continuando la dieta vegana…

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