L’on. Brambilla e le multe sui conigli

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L’on. Brambilla e le multe sui conigli

Marzo 2015. A chi mi chiede che tipo di consumatore sono, rispondo che mi considero un “decadent consumer”. Ciò vuol dire che ho assaggiato, tra l’altro, la cavia in Perù; serpente, scolopendra, stella marina e scorpione (reale!) a Pechino (coi bachi da seta non ce l’ho fatta); alligatore e nutria in Florida; cammello, zebra, struzzo, coccodrillo e antilope a Nairobi; bisonte, cervo, camoscio e canguro in Francia (comprati da Carrefour); testicoli di toro in Spagna, ma anche riccio porcospino, folaghe, rane,  e lattume (testicoli) di tonno in Italia. Confesso di aver rifiutato (per ragioni igieniche) di bere, in Kenia, lo “smoothie” dei Masai, fatto di sangue fresco e latte cagliato (con qualche goccia d’urina). Venendo da Parma sono però ghiotto, come (quasi) tutti i miei concittadini di “caval pist” (macinato di cavallo ovviamente crudo). Queste e altre esperienze le ho raccontate nel mio libro “Pensato e Mangiato”, dove spiego come i tabù alimentari siano il primo grande ostacolo alla modernità e all’integrazione multietnica e multireligiosa.
 
Le multe dell’on. Brambilla
Figurarsi, dunque, se posso provare inibizioni a mangiare coniglio, pur se l’On. Brambilla  (vedi il Mattino – 30 marzo 2015) ha proposto di punire con 5mila €  e  2 anni di reclusione chi si proverà a farlo dopo che la sua legge sarà approvata. Non solo ho sempre mangiato conigli, ma da bambino, durante le mie meravigliose vacanze in campagna, mi hanno anche insegnato a ucciderli i conigli e a “caponare” i galletti. E tutto questo non perché gli agricoltori fossero sadici maniaci, ma perché da sempre la dura vita di campagna imponeva il rendere chiaro anche ai ragazzini la realtà del rapporto di amore e crudeltà verso gli animali che dalle società di cacciatori si trasmise alle civiltà neolitiche e su, su sino a oggi.
Gli agricoltori si disperavano se i propri maiali e le proprie vacche si ammalavano, ma non esitavano a festeggiare gioiosamente quando arrivava il momento di squartarli. In questo non erano diversi (come spiego nel mio libro) ai Dinka che stravedono per i loro vitelli, viziandoli e vezzeggiandoli per poi ucciderli senza alcun rimpianto quando viene il momento. Non erano diversi dai Maori che allattano teneramente al seno i maialini assieme ai loro bimbi per poi arrivare a un’analoga conclusione.
Una massima ebraica dice “l’uomo giusto nutre i propri animali prima di sedersi a tavola” (per mangiare quelli già pronti, aggiungo io). Essere zoofagi non significa essere culturalmente e moralmente inferiori agli zoofili (da salotto) che non hanno ben chiaro il concetto di fame. Può anche darsi che l’On. Brambilla riesca nel suo intento di distruggere un comparto agricolo (visto che non avrà più senso né migliorare geneticamente né allevare conigli), in attesa di prendere le difese di polli, tacchini, maiali e bovini. Nel frattempo, però, un po’ di studio (anche basico) di antropologia culturale e alimentare non sarebbe fuori luogo.
 

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