Vertical Farming in Italia: rivoluzione verde in crescita

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L’agricoltura verticale, o vertical farming, si sta progressivamente affermando anche in Italia come una risposta concreta alle sfide ambientali, logistiche e qualitative che la produzione agricola tradizionale fatica a sostenere. Dietro tale evoluzione non ci sono solo numeri di crescita promettenti ma anche nuove tecnologie, modelli di business alternativi e una domanda crescente sia da parte della GDO sia della ristorazione di alta gamma.

Vertical Farming: la lattuga che fa risparmiare acqua e terreno

Niente campi sterminati, niente trattori, niente pesticidi. Solo file ordinate di lattughini che crescono in silenzio sotto luci LED calibrate. È il volto del vertical farming, una nuova frontiera agricola che promette di rivoluzionare il modo in cui produciamo e consumiamo cibo. Si tratta di una tecnica di coltivazione che prevede la crescita delle piante in ambienti chiusi e controllati, disposte su livelli verticali sovrapposti. In queste “fabbriche verdi” si impiegano prevalentemente sistemi idroponici (con acqua arricchita di nutrienti), o aeroponici (coltivazioni con aria nebulizzata). Questi sono generalmente integrati da illuminazione LED a spettro calibrato, regolazione di temperatura e umidità, e all’occorrenza persino intelligenza artificiale per l’ottimizzazione dei cicli colturali.

Le vertical farm consentono di coltivare 365 giorni all’anno, risparmiando fino al 98% di acqua e oltre il 90% di suolo rispetto all’agricoltura tradizionale (ne hanno scritto anche World Economic Forum e l’Università di Bologna, nel 2023). I prodotti non conoscono pesticidi né intemperie e arrivano nei supermercati pronti al consumo, spesso coltivati a pochi chilometri dai centri urbani. La promessa è chiara: meno trasporti, meno sprechi, più freschezza e sostenibilità. L’ortaggio coltivato in vertical farm arriva in tavola nelle condizioni migliori cui si possa aspirare perché non è danneggiato da sbalzi di temperatura, intemperie, insetti e inquinamento.

Tra entusiasmo e scetticismo

Non tutti, però, sono convinti. Per molti agricoltori il vertical farming resta “artificiale”, lontano dalla tradizione e non del tutto in linea con l’agroecologia sostenuta da molte realtà e istituzioni come Slow Food. Eppure, con la crisi climatica che colpisce sempre più duramente, il dibattito non è più accademico: come garantire cibo sano in un Paese che affronta siccità ricorrenti e dipendenza dalle importazioni?

Un sondaggio (MDPI, 2023 – presentato alla 4ᵃ International Electronic Conference on Foods e condotto tra aprile e maggio 2023 tramite un questionario online con 258 rispondenti) mostra che i consumatori italiani, se informati, tendenzialmente apprezzano i benefici ambientali delle colture verticali anche se nutrono ancora dubbi sul prezzo dei prodotti ottenuti attraverso di esse (i dati sono nella tabella qui sotto riportata, e in altre presenti nel sondaggio). Il vero ostacolo è, comunque, culturale: superare l’idea che innovazione significhi artificio.

Costi e sfide tecnologiche

La rivoluzione verde ha un prezzo. L’avvio di un impianto di vertical farming richiede infatti investimenti iniziali tendenzialmente molto elevati: dai 3 ai 10 milioni di euro per strutture medio-grandi, con costi che aumentano a seconda del livello di automazione e della tecnologia impiegata. Le spese operative restano alte, soprattutto per l’energia e per la necessità di personale altamente specializzato in materia agraria ma anche nella gestione degli impianti e dei software di controllo.

La scalabilità rappresenta senza dubbio una delle sfide principali. Attualmente, le produzioni si concentrano su ortaggi a foglia come lattughini, rucola e basilico. Colture più complesse come pomodori o fragole comportano per ora dinamiche biologiche ed economiche più difficili da gestire (anche se non mancano esempi che hanno fatto dell’idroponica un modello innovativo anche per i pomodori, basti pensare all’ H2Orto di FRI-EL Green House nel ferrarese).

Una delle tabelle mostranti i risultati del sondaggio condotto da MDPI

Il prezzo al supermercato è più alto di quello delle insalate tradizionali. Ma, come sottolineano i produttori, il valore aggiunto è notevole: il prodotto è sicuro, pronto all’uso e con un’impronta ecologica inferiore. Una differenza evidente è il formato: mentre il cespo sfuso di lattuga tradizionale viene venduto intero e va lavato a casa, la busta di insalata da vertical farming è confezionata direttamente all’origine, incontaminata e pronta al consumo. Questo non solo riduce gli sprechi domestici, ma garantisce anche standard igienici più elevati e una shelf-life maggiore.

Una crescita silenziosa, ma solida

Nonostante le sfide di cui abbiamo parlato, il settore cresce. A livello globale, il mercato del vertical farming dovrebbe passare dai 7 miliardi di dollari (dato 2024) ad oltre 23 miliardi entro il 2030. In Italia è prevista una crescita annua del 19-20%, anche se nel nostro Paese il valore del mercato è ancora relativamente contenuto. Il potenziale è notevole, perché il vertical farming può:

  • contribuire a rendere il sistema agroalimentare più dinamico
  • ridurre la dipendenza dalle importazioni
  • accorciare drasticamente la filiera
  • permettere la coltivazione in prossimità dei centri urbani
  • abbattere l’impatto ambientale del trasporto
  • garantire un prodotto freschissimo, pronto al consumo, e nelle migliori condizioni immaginabili per quanto riguarda l’estetica, la consistenza e l’intensità aromatica
  • Risparmiare il 95% di acqua
  • Risparmiare il 98% di suolo orizzontale
Agricoltura standard

Non poche aziende italiane hanno investito in laboratori di ricerca e sviluppo, anche grazie al supporto di finanziamenti pubblici e privati. Un altro elemento fondamentale per il successo del vertical farming, anzi la vera e propria chiave che abbatterebbe il muro tra produzione e consumatore finale, è l’interesse da parte del mondo retail.

Italia protagonista vertical in GDO e stellati

I prodotti coltivati in ambienti verticali sono oggi presenti sugli scaffali della GDO italiana. Questi si stanno lentamente ritagliando una fetta di mercato spinti anche da una domanda crescente di cibo sostenibile. Due le principali aziende protagoniste del vertical farming, già presenti in molti supermercati: Planet Farms e Kilometro Verde.

Prezzo dell’insalata Planet Farms da 80 g, Esselunga

Planet Farms è un’azienda italiana fondata nel 2018 a Milano da Luca Travaglini e Daniele Benatoff, ed è oggi tra i principali attori europei nel settore del vertical farming. Si distingue per l’approccio fortemente tecnologico e industriale: i suoi impianti sono completamente automatizzati, alimentati al 100% da fonti rinnovabili e progettati per gestire l’intera filiera, dalla semina al confezionamento. Oltre alle buste con ortaggi a foglia monovariante o mix, l’azienda si è distinta sul basilico: produce e vende in GDO (Esselunga, Iper) anche un pesto da vertical farming.

Planet Farms ha una forte vocazione internazionale, essendo già attiva in Svizzera ed avendo piani di espansione in Inghilterra e nei Paesi nordici. Il suo primo stabile ha subito un importante incendio nel 2024 ma la nuova struttura nel comasco è ancora più estesa.

Prezzo dell’insalata Kilometro Verde da 100 g, Tigros

Kilometro Verde, nata come spin-off dell’azienda agricola La Linea Verde, è una realtà più giovane ma in espansione. Fondata da Giuseppe Battagliola, si è affermata puntando su GDO, sostenibilità e ricerca. La sua struttura è meno automatizzata rispetto a quella di Planet Farms ma ha investito in laboratori e filiera corta, sviluppando colture fogliari per il mercato retail. Ha ottenuto finanziamenti pubblici e privati per espandersi, con una strategia più focalizzata sul mercato nazionale e che coinvolge anche le marche del distributore: è presente con quattro referenze in Coop (Fior Fiore).

Entrambi i nomi citati lavorano quotidianamente su una divulgazione orientata alla sostenibilità. Doveroso citare anche altri supermercati che trattano questa tipologia di prodotti: Conad con la linea MDD Sapori&Idee include nell’offerta insalate in vertical farming, Penny Market ha una linea propria di prodotti vertical chiamata Planetiamo (per Natura É), Carrefour (a Torino e a Milano) propone la linea Agricooltur in agroponica brevettata.

Un plus per l’alta cucina italiana

Dal sito web ufficiale di Planet Farms

Un altro aspetto che rende il vertical farming particolarmente interessante in Italia è il suo potenziale di integrazione con l’eccellenza gastronomica del Paese. Planet Farms, per esempio, collabora con gli chef tre stelle Michelin Cerea a Brusaporto: presso Da Vittorio Ristorante, infatti, è presente la prima vertical farm stellata, gestita appunto dall’azienda nella tenuta e al servizio dei clienti. La struttura in questione è adiacente al ristorante e di comodo accesso per gli avventori. Presidiata dal personale specializzato che concorda le colture con la brigata di cucina merita sicuramente di essere visitata. Si tratta di un importante segnale dall’alta cucina, che si dimostra così aperta all’innovazione in un ottica di qualità e sostenibilità ambientale.

Il mercato globale del vertical farming non è una bolla ma un fenomeno destinato a incidere sempre più sulla nostra agricoltura. Il futuro dipenderà dalla capacità di abbattere i costi, ampliare la gamma di colture e conquistare la fiducia dei consumatori.

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